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In Napoli, Per Vincenzo Mazzola, 1755. In-folio (34 cm x 23 cm). Pp. (6), 375. Segnatura: A-3A4, [X]1. Solida legatura coeva in piena pergamena rigida, autore e titolo dorati su tassello sul dorso. Tagli spruzzati blu. Grande fregio tipografico impresso sul frontespizio. Carattere corsivo e romano. Firma di possesso dell’ epoca manoscritta al front. Una debole gora chiara, a volte un po’ più segnata, interessa la parte superiore del libro via via schiarendosi coll’ avanzare del testo, qualche ossidazione sparsa, perlopiù verso la fine del libro dovuta al tipo di carta, peraltro esemplare in stato di conservazione più che buono.
Prima edizione, piuttosto rara, di quest’ opera dell’ illustre avvocato pugliese, di cui va ricordata la forte opposizione alla tortura e a ogni genere di violenza nell’ esecuzione della legge. L’ opera di Tommaso Briganti fu una delle espressioni più originali della dottrina criminalistica italiana del Settecento. L’ elaborazione scientifica del giurista pugliese partì dall’ innesto sulla tradizione dottrinale dei contributi di alcune delle correnti più significative della cultura moderna: dallo scetticismo cinquecentesco al pensiero della crisi di coscienza europea.
Ispirandosi a giuristi e filosofi come Christian Tomasius e Jean Jacques Montesquieu propose l’ abolizione integrale della tortura, questa “barbara iniquità”, “questo esecrando abuso calato dal Settentrione”, “Calò dal settentrione questo esecrando abuso” infatti il ricorso generalizzato alla tortura era stato estraneo al mondo classico, Briganti ricollegava con notevole consapevolezza storica il duello giudiziario degli uomini del Nord agli assetti politico-istituzionali dei popoli germanici, ossia all’ “indipendenza estrema” di cui presso quei popoli godevano le famiglie. Le stesse ragioni che avevano portato gli Stati moderni a proibire i duelli, dovevano indurli ad abolir pure la tortura. “Ma frattanto la pratica della tortura ha gittato le radici molto profonde nel nostro Regno”, come se non fossero state sufficienti le tante sventure a cui era esposto l’ uomo, “superbo ragionevole animale, destinato a comandare a tutto l’universo, nel tempo istesso” che era vittima di “tante infermità”, si era aggiunto “il tormento de’ patiboli, rinvenuti dalla spietatezza di crudeli tiranni, propagati da barbara iniquità, ed introdotti nel foro per vie più affliggere l’umana natura”. Briganti descrive tutte quelle efferatezze praticate nel corso della tortura: “crudeltà tanto gravi che molti avevano preferito darsi la morte piuttosto che sottoporvisi”; ma forte è anche la denuncia dell’ autore degli errori giudiziari causati dall’ impiego di quel mezzo di prova. Il Briganti fu anche fra i primi giuristi che optò per la lingua italiana, sostituendola al latino in questo suo insegnamento del diritto da lui indirizzato “ad uso de' suoi figliuoli”, uno strumento atto “ad insegnar la legal disciplina, la qual tutta sull’ opinione e l’ autorità degli altri si aggira”.
Bibliografia: AA.VV., Bibliografia delle edizioni giuridiche antiche in lingua italiana, III, 2; Foscarini, Saggio di un catalogo bibliografico degli scrittori salentini … , 1894, p. 39; NUC Pre-1956, LXXV, p. 445. Cfr. Armani, Il Secolo dei lumi e delle riforme, 1989, p. 239; Casotti, Dizionario biografico degli uomini illustri di Terra d’ Otranto, 1999, p. 58; Cesarotti, Cesare Beccaria tra Milano e l’ Europa, 1990, p. 263; Desideri-Dinacci, Gli spazi del crimine, 2025, p. 79; Mazzuchelli, Gli Scrittori d’ Italia, II, 4, p. 2096; Rizzo, Tommaso Briganti inedito poeta romantico, p. 69.