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In Napoli, Nella Stamperia di Francesco Laino, 1716. In-8° (16,5 cm x 10,4 cm). Pp, (8), 570. Segnatura: a-b2, A-3°6, 3B4 (-3B4 bianca). Bella ed elegante legatura di primo ‘800 in mezza pelle rossa, autore e titolo dorati sul dorso ornato da fregi impressi a secco ed in oro. Tagli spruzzati azzurri. Bella impresa xilografica al front. con, al centro, il frullone o buratto dell’ Accademia della Crusca entro un’ elaborata cornice con il motto del Petrarca “Il più bel fior ne coglie” entro cartiglio. Capolettera xilografici. Dedicatoria all’ avvocato napoletano Tommaso Farina. Esemplare un po’ corto in testa, qualche fioritura marginale sparsa, peraltro esemplare in più che buono stato di conservazione.
Rara seconda edizione napoletana “accresciuta” dopo quella di Francesco del Tuppo del 1478. Con il testo che segue l’ autorevole lezione degli Accademici della Crusca, l’ impressione è esemplata su quella fiorentina del Manzani del 1595, ma più corretta per la revisione di Cellenio Zacclori, anagramma del letterato napoletano Lorenzo Ciccarelli; oltre alle tre cantiche, questa edizione è arricchita dagli argomenti, dalle allegorie e dal glossario per i vocaboli più oscuri, con gli argomenti e le allegorie che provengono dall’ edizione Giolitiana del 1555. Si tratta anche della seconda edizione pubblicata nel Settecento del poema dantesco, dopo quella veronese, rarissima e pressoché sconosciuta, del 1702; dopo un’ eclissi diversamente prolungata, per trovare edizioni precedenti, occorre infatti ritornare al 1679. “Graziosa edizione in caratteri corsivi con le lettere iniziali intagliate in legno. Questa edizione comunemente giudicata più corretta di quella del 1595...” (De Batines). A fine Cinquecento gli Accademici preparano un’edizione della Commedia perché hanno bisogno di un testo tanto affidabile da poter essere lemmatizzato nel Vocabolario, “il poema di Dante è scuro nella favella”. Dal punto di vista esegetico la Commedia del Laino ridiscute problemi nati nel Rinascimento, ma ancora attuali nell’ età dell’ Arcadia. In particolare il classicismo d’ antico regime accusa Dante di non rispettare sempre il decoro, ovvero il principio che fissa ciò che è appropriato al personaggio e alla situazione, nelle parole e nelle azioni. Una volta elevato ad assioma tale principio, “convengonsi attribuire costumi conformi alla qualità della persona “che si forma e s’ introduce”, scrive ad esempio Alessandro Carriero in un libello anti-dantesco del1582), la sua mancata osservanza diventa un errore insindacabile.
L’ edizione Laino della Commedia, in quanto ristampa di quella della Crusca del 1595, presenta una nota su Dante e Ariosto in cui l’ idea di decoro non è ancora indebolita né livellata sul verosimile: “Dante vede la Terra da cielo stellato, nella guisa (e forse maggiore) che l’ Ariosto nel suo Furioso non la fa vedere ad Astolfo dal ciel della Luna, che, secondo la proporzione, non convengono”. La misura del decoro non è il mondo, la realtà fenomenica, bensì la biblioteca, le pagine dei libri. È inammissibile non che un uomo possa vedere la Terra dal cielo, bensì che due scrittori di pari rango la facciano scorgere ai loro personaggi in diverso modo”. Che Dante e Ariosto siano raffrontati in nome del decoro non è casuale, visto che la Commedia e il Furioso rientrano, per motivi diversi, nel canone grammaticale-normativo della Crusca in cui Dante ne è il centro.
Bibliografia: Bernardoni, p. 57, 907; Bosco, p. 507; Cesconi, p. 206; De Batines, I, 103; Fiske, 10; Gamba, 392; Grazzini, p. 40; Koch, vol. 1, p. 10; Lane, p. 35; LC, vol. 13, p. 77; Mackenzie, p. 256; Mambelli, 57; Manna, p. 181; Manzoni, p. 255; Riccio, p. 330; Sunderlandiana, p. 291, 3716; Toshokan, p. 7; Widener, p. 545; Wilkins, p. 103. Cfr. Campi, La Divina commedia di Dante Alighieri ridotta a miglior lezione, (1888), p. 57; Cosatti, La riscoperta di Dante da Vico al primo Risorgimento, (1967), p. 14; Molinari, La commedia dell’ arte, p. 245; Monti, Studii sulla Divina Commedia, (1894), p. 318; Passerini, Il giornale dantesco, vol. 9, p. 62; Rocca, “Di” alcuni commenti della divina commedia, (1891), p. 320.